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Benvenuto su “Scalaenne – NOTE SPARSE” che ha per tema treni e ferrovie, specie italiane, e la loro modellazione in Scala N.

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Pubblicato il 4 aprile 2020

La geometria dei binari Roco (in scala N) somiglia a uno zoo: ci si trova di tutto. E’ difficile individuare un razionale in un set di binari che offre dei segmenti di varie misure incommensurabili tra loro, né, almeno apparentemente, legate da relazioni trigonometriche intuitive. Con numeri di catalogo cha vanno da 22202 a 22207 troviamo infatti binari diritti da 312,6. 104,2 54,2, 50, 33,6 e 17,2 mm.

Lo “zoo” dei binari rettilinei Roco, dal catalogo 2005/06

Le relazioni semplici identificabili al volo sono il fatto che il 22202 è equivalente a tre 22203, e che quest’ultimo è pari alla somma di 22204 e 22205, nulla di più.

17,2 è quasi un sesto di 104,2 (manca più di un decimo millimetro: per esserlo dovrebbe essere 17,37) e quasi la metà di 33,6 (dovrebbe essere 16,8, e qui siamo fuori di 4 decimi). Tre elementi da 33,6 fanno 100,8, 8 decimi più di una coppia di elementi da 50 mm.

Quale contorto ragionamento può averli generati? E’ quel che cercheremo di ricostruire qui (con qualche fatica). Non solo capiremo come sono nati gli elementi, ma avremo anche una guida su come comporli senza andare per tentativi, cosa che con la varietà di elementi disponibili può facilmente degenerare in un incubo…

Prima di iniziare ricordiamo però che Roco non produce più in scala N, dopo la razionalizzazione operata in casa Modelleisenbahn Muenchen Holding che ha lasciato a Roco la scala H0 e a Fleischmann la N. Da allora i binari Roco, di cui ci occupiamo qui, continuano ad essere prodotti, ma a marchio Fleischmann. Quest’ultima da allora si trova ad avere due linee di binari: quelli originariamente suoi, e gli ex Roco. Vengono distinti dicendo che i primi sono con massicciata, e i secondi senza. A parte l’aspetto, hanno geometrie completamente diverse per cui è comunque sconsigliato mescolarli tra loro, anche se sono funzionalmente compatibili.

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Pubblicato il 28 marzo 2020

Da diverso tempo seguo un blog che trovo di gran classe: retours.eu. Come dichiarato dal suo sottotitolo parla di storia ferroviaria e di design. L’autore è Arjan den Boer, che tra le sue molteplici attività fa anche da guida presso il museo ferroviario di Utrecht: Het Spoorwegmuseum.

Arjan pubblica un articolo solo ogni tre o quattro mesi, ma val la pena di attendere. Dal 2013 ad oggi sono usciti una cinquantina di post. Si tratta di letture di argomento ferroviario molto originali ed eleganti.

Alcuni articoli sono a tema italiano, ma anche quelli che non riguardano direttamente le nostre ferrovie sono di grande interesse.

Articoli a tema italiano su retours

Il blog è in inglese, ma chi non si sentisse troppo familiare con l’idioma di Albione può anche limitarsi a guardare le immagini, sempre curatissime, o usare un traduttore on-line di pagine come  itools.com.

Che altro aggiungere? Buona lettura su retours!

Pubblicato il 21 marzo 2020

L’ETR.600 e l’ETR.610 di Trenitalia, assieme alle versioni Svizzera, Spagnola, Polacca e Cinese sono frutto del progetto “New Pendolino” di Alstom.

ETR 600.01 a Suzzara nel 2016 -Foto © Antonio Patuzzo da Flickr

Il concetto di “Pendolino” nasce a fine anni ’60 in casa FIAT, con il prototipo Y0160 del 1971 del quale abbiamo già parlato, e si sviluppa con ETR.401 del 1974, che dal 1976 al 1983, svolse servizio passeggeri sulle linee Roma-Ancona e Roma-Rimini. Nel 1988 entrano in funzione i primi Pendolini di serie: gli ETR.450, Seguono negli anni ‘90 quelli di terza generazione, caratterizzati da linee squadrate frutto del design di Giugiaro: gli ETR 460, seguiti poi dagli ETR 470 e ETR 480 bicorrente (poi ridenominati ETR.485).

Il Nuovo Pendolino, la quarta generazione della famiglia, ha ancora design di Giugiaro, ma questa volta con un ritorno alle morbide linee arrotondate. Sviluppato a partire dal 2004, è entrato in servizio per le FS nel 2007 come ETR.600, mentre l’anno successivo sono giunti gli esemplari del gemello ETR.610 che aggiungeva la circolabilità anche in Svizzera e Germania. Ha una velocità massima di esercizio di 250 km/h.

ETR.610 sulla linea del Gottardo, foto © Nicolas Hoffman da flickr

A seguito di un concorso indetto fra le scuole elementari è stato battezzato “Ghepardo“.

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Pubblicato il 14 marzo 2020

In varie note precedenti, abbiamo discusso degli scissors crossover presentandoli [1], poi esaminandone le realizzazioni industriali in scala N [2], e quindi discutendone i collegamenti elettrici nel caso dei Peco [3] (la gestione dei Kato e Tomix è banale, e ne abbiamo parlato nella seconda nota).

Tuttavia nell’esame degli schemi elettrici per i Peco, abbiamo assunto che i due binari paralleli che le “forbici” interconnettono fossero alimentati con la stessa corrente. Esaminiamo questa volta il caso in cui invece le due correnti siano diverse (ovviamente stiamo parlando di analogico, in quanto in digitale il problema non si porrebbe). Lo faremo partendo da un esempio concreto: lo snodo del “Bivio S. Pietro”.

Tale bivio si trova su un plastico, nel punto in cui un doppio binario a “marcia italiana”(ovvero con circolazione sulla sinistra” si dirama verso un terzo circuito, e parte di tale diramazione è proprio realizzata con una “forbice”.

Bivio San Pietro

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Pubblicato il 7 marzo 2020, ultima modifica 19 marzo 2020

Intermodalità è un concetto chiave per la modernizzazione del trasporto merci. Il caso più eclatante è quello dei containers, che possono essere caricati su navi, treni e camion per trasportare merci dall’origine alla destinazione. Nel caso del trasporto aereo abbiamo invece containers specializzati, ma almeno uno di questi (M6: venti piedi, o 6 metri circa) è usato anche in ambito stradale e ferroviario.

Spesso però parlando di intermodalità la prima cosa che viene in mente è il trasporto di autotreni carichi sui carri (ad esempio i Saadkms) come nella RoLa – Rollende Bahn tedesca.

Carro Saadkms – Foto © Mauro Rastello da Trenomania

Meno immediato è pensare al trasporto stradale di carri merci: ci questi ci siamo già occupati altrove (nota sui Culemayer).

Culemayer tra Milano e Limbiate, data imprecisata., probabilmente negli anni ’80. Marco Moerland da Flickr

Ancor meno intuitivo è il caso di rotabili ferroviari che trasportano rotabili ferroviari: ma proprio di questi discutiamo questa volta.

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Pubblicato il 29 febbraio 2020

Per realizzare automatismi su un plastico ferroviario occorre rilevare la posizione dei rotabili. Potremo allora prevedere degli effetti legati al transito di un treno, come ad esempio abbassare le sbarre, far scattare un segnale o commutare uno scambio, rallentare o fermare il treno stesso o farne partire un altro.

La rilevazione di posizione è basata su sensori, che possono essere di varia natura: meccanici, ottici, magnetici. Qui ci concentriamo su quelli magnetici:  i reed (piuttosto diffusi in ambito ferromodellistico) e quelli ad effetto Hall (usatissimi i molti contesti, che vanno dal controllo di chiusura delle finestre al blocco del portello della lavatrice).

Cerchiamo di esaminarli entrambi, e di confrontarli tra loro.

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Pubblicato il 22 febbraio 2020, ultima modifica 24 febbraio 2020

La Camilla può essere definita come una fuoriserie FS (Il suo secondo soprannome fu peraltro “Testarossa“!): un modello unico sia come forme che come livrea, anche se sotto il vestito si trova un “banale” E.636.

FS E.636.284 “Camilla” – Foto © Maurizio Messa da flickr

È ben nota ed amata da modellisti e appassionati di ferrovie. Ha una storia interessante, che inizia con una tragedia.
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Pubblicato il 15 febbraio 2020

Abbiamo di recente affrontato la discussione degli scambi a forbice (“Scissors crossover”) in scala N, ed abbiamo avuto modo di constatare come i Peco, con i loro cuori metallici, siano interessanti modellisticamente, sia dal punto di vista estetico che da quello funzionale, quest’ultimo per per quanto riguarda la continuità di alimentazione elettrica dei rotabili che li percorrono.

Peco Crossover

Al tempo stesso, proprio la continuità elettrica va gestita, il che non è del tutto banale. Abbiamo visto come, usando lo scambio così come è fornito dalla fabbrica, sia suddiviso in diverse zone elettriche:

Zona centrale delle “forbici” Peco

  • due “V” orizzontali: una blu scuro a sinistra, ed una viola a destra.
  • il rombo centrale, suddiviso in una zona gialla in alto ed una arancio in basso.

Queste quattro zone sono connesse con quattro fili metallici di alimentazione elettrica che fuoriescono dalla sua parte inferiore.

Le otto rotaie che fuoriescono dal blocco (quattro binari) sono elettricamente separate tra loro, ma noi consideriamo che i due binari paralleli in cui la “forbice” si inserisce abbiamo la stessa corrente, che riassumiamo in due polarità che denominiamo “rossa”e “verde”.

Vi sono poi altre quattro “V” asimmetriche, che abbiamo colorato in turchese ed in marrone: sono i cuori dei quattro scambi. I cuori sono alimentati “meccanicamente”dagli aghi quando questi vanno a contatto con rispettivi i contraghi.

Qui vedremo dapprima come gestire in modo semplice ed efficace la “forbice”. Lasceremo ad una prossima nota la discussione di come fare se i due binari paralleli non hanno la stessa corrente.

Infine, ci occuperemo qui anche di rendere “digital-friendly” la forbice stessa.

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Pubblicato il 9 febbraio 2020

Proseguiamo con il tema delle “Antologie”, passando in rassegna i modelli di locomotori elettrici a corrente continua del millennio precedente acquistabili attualmente da produttori diversi da LoCo (quest’ultimo lo abbiamo trattato nella puntata precedente). Facciamo riferimento solamente a produttori definiti come operatori del settore che abbiano un sito web o un catalogo disponibile, e/o che siano generalmente presenti a fiere di settore. Solo per i modelli attualmente non in produzione citiamo una realizzazione del passato.

Ma entriamo in dettaglio.

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Pubblicato il 6 febbraio 2020

Questa mattina un terribile incidente ha colpito il trasporto ferroviario italiano. L’ETR.400 n. 21 si è schiantato dopo essere deragliato mentre viaggiava a velocità presumibilmente sostenuta (i giornali parlano di 290 km/h). Incredibilmente, vi sono state solo due vittime, gli sfortunati macchinisti, Giuseppe Cicciù e Mario Dicuonzo, di 51 e 59 anni, di origine rispettivamente calabrese e casertana, residenti a Pioltello e Cologno Monzese: sincere condoglianze alle famiglie. “Tutti i feriti, tranne uno con una frattura, sono usciti dal convoglio con le loro gambe. Poteva essere una strage”.

Con il massimo rispetto per i defunti ed i feriti, e per il lavoro magistratura inquirente, e anche della ministra  De Micheli che ha detto “Non abbiamo ancora le informazioni di questo incidente: inviterei tutti a non lasciare spazio a fantasie e a ricostruzioni inidonee”, noi vorremmo cercare comunque di capire cosa può essere successo. Ci basiamo su quel che l’evidenza fotografica mostra e su qualche semplici principio di Fisica.

Nell’ovale giallo di sinistra la carrozza2, in quello di destra la 1.

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